Parlar d'altro, ora.

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INCONTRO TRA FRULLATORE E VIDEOTAPE (1985)


1. Con la mia telecamera tascabile avevo filmato il nostro incontro in Pretura, perché è difficile descrivere a parole qualcosa o qualcuno che non ha un esterno. Di questo parleremo dopo.


2. Finirà diciamolo subito, finirà un giorno questo assurdo antropomorfismo della macchina che si identifica col corpo, costretta ad avere un involucro, una carrozzeria, una superficie, che il tatto percepisce come inutile copertura di vuoti, di buchi di niente.
In un minimo incidente stradale si vede bene che la superficie ammacca solo se stessa e la vettura va, ancora a sbrendoli o a cartoccio, ma va.
Si vede bene se un amante geloso sfoga i suoi pugni sul frigorifero, che il frigorifero va, o, semplicemente, se a caffè uno continua a schiacciare la lattina vuota, che c’è sempre un pò di vuoto che resta intatto.
La superficie serve solo per l’occhio e l’occhio riconosce bocca, occhi, denti, dove ci sono tasti, pulsanti, lastre di vetro, bulloni.
In qualsiasi macchinario, anche in quelli sepolti nelle fabbriche sotterranee, folli leggi contro gli infortuni, impongono coperture parodistiche e la parodia passa nel linguaggio, lo confonde e disgrega la conversazione:
«la bella carrozzeria di quella ragazza» — «il braccio di un carerpiller».
Se le macchine non avessero involucro non se ne potrebbe parlare.
Ora, in Pretura, la ragazza esponeva la sua bellezza, che è tutta interiore.
Non se ne può parlare. Si muoveva agitata e noi possiamo ammirare la sua bellezza solo quando la macchina è ferma.
La scoperchiamo, infiliasno la testa dentro, il dito fra i fili, l’unghia nella valvola.
Vesalio fu il primo a capire il problema. Ma ce ne sono stati pochi e non hanno molto seguito. D’altra parte in qualsiasi letto, l’atto d’amore va verso l’autopsia. La ragazza è ferma. C’è qualcosa di rotto o qualcosa si rompe.


3. Chiamato a vedere cosa succedeva al mio impianto di videotape, che non rendeva l’immagine raccolta in Pretura, il folle esperto, smontò molte cose e fra le altre un vecchio frullatore caparbio, che procedeva a salti. Tutte queste interiora sono rimaste sparse. Il lavoro l’avrebbbe continuato il giorno dopo e il giorno dopo non si è più visto nessuno.
Mi accade spesso di sognare tipi diversi di macchine, che di colpo si slacciano gli involucri, esibiscono i loro eccitanti interni e si mescolano con furia e con passione, dal vivo, unendo le loro fonti di energia. Ma io sono un caso a parte: avrete notato che la psicanalisi non è meccanicistica. E in ritardo sul secolo. In due parole: non c’è un’officina di psicanalisi. Non c’è un solo psicanalista meccanico, da chiamare al Soccorso ACI per i guasti che si verificano in sogno.
L’incontro di un frullatore con una video-rape genera la visione di una macchina visibile solo per successione interiore, abolita ogni necessità visiva di un qualsiasi esrerno.
Forse il concetto di intimità può essere percorso solo in una successione di interni.


4. La mia storia d’amore ormai si agita dentro al frullatore/videorape. Vibrazione per vibrazione la mia storia trasaliva. Si amplificava, con le sue immagini costruiva un unico frappé immaginario e più gli organi del frullatore si addentravano oltre l’involucro della cassetta, più la mia storia di un martino in Pretura con la ragazza che insiste per gli alimenti, ridotti al terzo, escluso il mantenimento, trasaliva oltre in incontri notturni su ampi rerrazzi, chiome d’alberi e musica in Giardini Pubblici — aperti a una miriade di altri amori, insegni- menti nell’ombra, finestre ammorbidite di luci velate.


5. Già adesso — mi si dice — nei sistemi dei robot si adoperano insiemi computativi di due macchine. Insomma una fa da cervello all’altra, forse reciprocamente. Nel prototipo sperimentale del robot integrale sovietico LPI — 2 (dice Vjaceslav V. Ivanov) il sistema di di controllo è basato su un insieme computativo che affianca i calcolatori «ASUT-6000» e «Miusk 32».
Nella mia storia, mentre vedo il videotape che gira inviscerato nel frullatore, non si sa se il frullatore effettua operazioni illogiche con sequenza indiscreta di simboli o se il video-tape elabora blocchi d’informazione complessi o viceversa. Sia che il frullatore faccia da cervello, sia che il nostro faccia da cervello: le immagini vertiginose si accoppiano in una enorme melassa.
La giovane signora con la mia testa si avvicina a me con la sua,.
Mi prende alla mia gola con la mia mano destra e d’improvviso mi bacia con la mia bocca mentre rispondo con il fremito della sua e Giorgio, l’amico abbandonato, vibra fra me e lei cercando io me il sapore di lei e lei cerca in sé il sapore di lui, sapori diversi nel plancton bianco e nero del frullatore, che emulsiona l’io, il tu e il lui.
Non c’è pace. La vibrazione interessa a se stessa e l’amore va avanti a flutti, una marea d’istinto e di repressioni, ricordi, previsioni del futuro, Appena due si attardano per far l’amore, scoppia attorno a loro il branco, l’assemblea e ognuno vuole la sua pane di feconda zione, la sua parte di uova. Un unico sperma ci copre tutti. Pezzi di corpo saltano nelle fauci degli inseguitori, che non rinunciaoo a inseguire e non molleranno mai la parte della mia vita che hanno avuto. Gli appartiene e non mi appartiene più. Perché ognuno sente il dirirtto di portare avanti la vita anche degli altri. E di colpo, anche nei sogni, ti saltano addosso e ti mandano in pezzi.

 

Corrado Costa

Parlar d'altro. Strategie di lettura per scrivere meglio.

 

Denis de Rougemont:
"Tutto ciò mi ricorda la frase di Vernet  a proposito d’un quadro
che vendeva molto caro: «Mi ha richiesto un’ora di lavoro, e tutta la vita »

"L’estate del ‘38 fu una ben tragica estate: e, in quella estate, Denis de Rougemont, scrisse, dalla Francia, la parola e fine » al suo «L’Amore e l’Occidente ». Era un intellettuale giovane, aveva trentadue anni..[Armanda Guiducci

Dunque il libro arriva nel 1944 nelle mani attente di Santucci che lo tradurrà 

leggere E nei momenti di panico e resa interiore (che per me pavido intellettuale furono tanti e troppi) la forza olimpica e insieme provocante, colloquiale ed estrosa di Rougemont, fu per me durante quei mesi non so quale malleveria dello spirito sulla violenza, un non praevalebunt, una segreta mano sulla spalla che — senza che il libro c’entrasse per nulla con quanto andavo vivendo — mi fornivano la più necessaria, positiva « alienazione»
[leitmotiv o keywords, Fenoglio, Santucci

Ci avverte Denis de Rougemont: Ho chiamato « libri » le diverse parti di quest’opera, perché ognuna abbozza il contenuto d’un volume di dimensioni ordinarie. La gran quantità dei fatti e dei testi citatiil continuo intrecciarsi dei leitmotiv, rischierebbero di sviare qualche lettore se non dessi qui la chiave della sua composizione. .

In sostanza, io dico, è un continuo parlar d'altro, cioè rivendicare esplicitamente l'andar pe' li rami, tralignare, spiazzare,scartar di lato improvvisi. Dato che, lo sappiamo bene, non ha senso puntare diritti allo scopo che ci fugge avanti, per cui è sempre preferibile menare il campo pe' l'aia, lasciare andare il discorso che ci sfugge dalle mani quando tentiamo di afferrarlo.

Cioè un ipertesto di fatto che si assume come tale a leitmotiv strutturale, in quanto fa riferimento agli oggetti-libro di L' amore e l'Occidente | Autore Rougemont Denis de | Traduttore Santucci L. | BUR Biblioteca Univ. Rizzoli  (collana La Scala. Saggi)

Luigi Santucci nel 1944: una necessaria positiva alienazione

una necessaria positiva alienazione(..) Scoprii  L’Amour et l’Occident, o piuttosto v’inciampai, in una stagione tutt’altro che libresca: la primavera del 1944, quando mi toccava passare lunghe settimane nel castello  d’una principessa, in Canton Ticino, dove facevamo stallo  noi partigiani italiani; una sorta di dorata licenza in attesa  che i nostri capi, fatti gli opportuni smistamenti, ci riconvogliassero nelle valli della guerriglia. In quei quasi ariosteschi ritiri, assurdi per cibi prelibati e linde lenzuola, c’era provvidenzialmeote una biblioteca, principesca anch’essa e saccheggiabile. La mia mano (mi vergogno un p0’ a confessarlo) corse su questo volume il cui titolo, creduto malizioso, prometteva letture galanti e forse piccanti a quella pigrizia erotica e meridiana che la vita di guarnigione suole ingenerare, Ma l’addentrarmi nelle sue pagine, nonché deludermi, mi porrò subito a un’esaltazione, per  fortuna su altri livelli: a quell’incapacità di staccarsi dal  libro che caratterizza i grandi incontri, le decisive scoperte intellettuali che ci segnano per tutta la vita, Tanta esaltazione che, quando la fanfara squillò per me a ributtarmi  da quell’arcadia elvetica nella bolgia del Nord Italia, non resistetti a consumare un piccolo e tutto italico tradimento verso la mia ospite: mi ficcai nello zaino l’Amour et l’Occident.

Questo libro finii dunque di leggerlo nei bivacchi di quella che la storia chiamò poi, con termine diventato pomposo e manualistico, « la Resistenza». Mi accompagnò nel mio fagotto come un breviario. Lo lessi e lo annotai al lume di torce elettriche o candele, nelle stamberghe e nei fantomatici domicili dove, per far perdere le nostre tracce, si dormiva una sola, notte bisbigliando una parola d’ordine. E fu quel blocco di carta stampata (ma al di qua delle fascinanti tesi storiche e filosofiche, della serratissima dialettica culturale dipanata da Rougemont: tutto ciò lo decifrai compiutamente più tardi, a freddo) la nourriture e insieme l’« altra dimensione» di quell’avventura senz’armi che fu la mia. C’era, in quell’oggetto che si andava ogni giorno sgualcendo e deteriorando, il noùmeno, il prezioso miele di cui avevamo perduto il sapore: la cultura, il libero e inebriante esercizio del talento, l’Europa e l’Occidente appunto, per cui ci si batteva e si ramingava di forra in forra, di nascondiglio in nascondiglio. Il saggio di Rougemont mi divenne dunque l’immagine d’una città alta di pensiero, con le sue cuspidi e cattedrali, che sconfiggeva l’orizzonte corrusco e fangoso della guerra: una Terra promessa, un coraggio. Così io leggevo e fuggivo, leggevo e andavo ad appuntamenti in cantine di cospiratori, in tipografie suburbane di stampa clandestina. E nei momenti di panico e resa interiore (che per me pavido iutellettuale furono tanti e troppi) la forza olimpica e insieme provocante, colloquiale ed estrosa di Rougemont, fu per me durante quei mesi non so quale malleveria dello spirito sulla violenza, un non praevalebunt, una segreta mano sulla spalla che — senza che il libro c’entrasse per nulla con quanto andavo vivendo — mi fornivano la più necessaria, positiva « alienazione».
Fu pertanto una specie di voto il mio impegno che, se fossi uscito vivo, avrei tradotto quel libro, gli avrei trovato un editore in Italia; e sarei poi andato sulle tracce del prestigioso maestro (che faccia, che voce poteva avere?...) per annunciargli quale impensabile sorte avesse avuto la sua fatica, ben oltre il messaggio culturale, nella bisaccia di un ignoto giovanotto del maquis italiano.
Tutte cose che ho fatto, con premiante letizia. E altresì quella di partecipare a Denis (il quale mi si rivelò persona di affabilissimo fascino, ben all’altezza della sua genialità di scrittore) che il suo libro mi aveva insegnato più di tutti i corsi universitari, aveva sgranchito a dimensioni europee la mia accademica saputaggine di laureatino. 

Apparati

stazione orbitante intorno a

  1. le stesse peripezie in tutti i tempi da Tristano in poi http://unpopperuno.wordpress.com/2010/12/11/lamore-e-loccidente-parte-seconda/
  2. Epilogo nell'infuocata Calabria, durante l'ultima guerra alla quale vengono richiamati i nostri uomini.http://www.lafrusta.net/rec_morselli.html
  3. l’accesa invettiva dello scrittore.http://www.movimentolibertario.it/shop/...i-misfatti-dellistruzione-pubblica

L'amore e l'occidente, sommario dell'edizione accresciuta (1956)

 

http://www.ibs.it/code/9788817112888/rougemont-denis-de/amore-occidente.html


Denis de Rougemont: L'amore e l'Occidente

In questa prima parte mi limito a darvi qualche informazione sull'autore e sommarie indicazioni sul contenuto del libro.

Denis de Rougemont, scrittore e saggista elvetico, nacque nel 1906 a Couvet, nel cantone di Neuchâtel. Dapprima indirizzato verso gli studi scientifici, si dedicò poi alle lettere, studiando a Neuchâtel, a Vienna e a Ginevra e seguendo fra l'altro un seminario di Jean Piaget sull'epistemologia genetica e un corso di Max Niedermann sulla linguistica di Ferdinand de Saussure. Accostatosi al pensiero di Emmanuel Mounier, nei primi anni '30 aderì al movimento personalista.


Rougemont  è da considerarsi fra i padri dell'Unione Europea, in quanto dedicò gran parte della propria esistenza alla diffusione dell'idea federalista; nel 1950 fondò il Centro di cultura europea di Ginevra.
Nei suoi scritti si avverte il bisogno di definire gli aspetti essenziali della civiltà occidentale, e la preoccupazione per il destino che pare sovrastarla con l'affermarsi del bolscevismo, del fascismo e del nazionalsocialismo, con il secondo conflitto mondiale e poi con la guerra fredda. 

 

Fra le sue opere più significative: Penser avec les mains(Pensare con le mani, 1936), Journal d'un intellectuel en chômage (Diario di un intellettuale disoccupato, 1937), L'amour et l'Occident (L'amore e l'Occidente, 1939),Lettres sur la bombe atomique (Lettere sulla bomba atomica, 1947), L'aventure occidentale de l'homme (L'avventura occidentale dell'uomo, 1957), Vingthuit siècles d'Europe(Ventotto secoli d'Europa, 1961), Lettre ouverte aux européens (Lettera aperta agli europei, 1970).


Denis de Rougemont morì nel 1985 a Ginevra. Della diffusione del suo pensiero si occupa oggi una fondazione a lui intitolata.

L'amore e l'Occidente è un testo complesso e affascinante, uno dei più singolari saggi sul sentimento amoroso. Si fonda su una tesi originale che a suo tempo suscitò aspre critiche: secondo questa tesi, alle origini della poetica dei trovatori, che ha permeato di sé l'intera letteratura europea e ha generato il nostro modo di concepire l'amore, si troverebbe l'eresia catara.

Nella prefazione alla 1a edizione, datata 21 giugno 1938, Rougemont scrive:
Ho vissuto questo libro lungo tutto il corso della mia adolescenza e della mia giovinezza; l'ho concepito sotto forma di opera scritta, nutrendolo di qualche lettura, da due anni; infine l'ho redatto in quattro mesi. Tutto ciò mi ricorda la frase di Vernet a proposito d'un quadro che vendeva molto caro: «Mi ha richiesto un'ora di lavoro, e tutta la vita».

Segue il sommario dell'edizione accresciuta (1956)

Libro I: Il mito di Tristano
1. Il trionfo del romanzo, e ciò ch'esso nasconde
2. Il mito
3. Attualità del mito; ragioni della nostra analisi
4. Il contenuto palese del romanzo di Tristano
5. Enigmi
6. Cavalleria contro matrimonio
7. L'amore del romanzo
8. L'amore dell'amore
9. L'amore della morte
10. Il filtro
11. L'amore vicendevole infelice
12. Una vecchia e grave melodia

Libro II: Le origini religiose del mito
1. L'«ostacolo» naturale e sacro
2. Eros, o il desiderio senza fine
3. Agapé, o l'amore cristiano
4. Oriente e Occidente
5. Reazione del cristianesimo nei costumi occidentali
6. L'amor cortese: trovatori e catari
7. Eresia e poesia
8. Obiezioni
9. I mistici arabi
10. Sguardo d'insieme del fenomeno cortese
11. Dall'amor cortese al romanzo bretone
12. Dai miti celtici al romanzo bretone
13. Dal romanzo bretone a Wagner attraverso Gottfried
14. Prime conclusioni

Libro III: Passione e misticismo
1. Poniamoci il problema
2. Tristano: un'avventura mistica
3. Trasposizioni curiose, ma inevitabili
4. I mistici ortodossi e il linguaggio della passione
5. La retorica cortese nei mistici spagnoli
6. Nota sulla metafora
7. Liberazione finale dei mistici

Libro IV: Il mito nella letteratura
1. D'una precisa influenza della letteratura sui costumi
2. Le due Rose
3. Sicilia, Italia, Beatrice e Simbolo
4. Petrarca, o il retore convertito
5. Un ideale a ritroso: la «gauloiserie»
6. Continuazione della cavalleria, fino a Cervantes
7. Romeo e Giulietta -- Milton
8. L'Astrea: dalla mistica alla psicologia
9. Corneille, o il mito combattuto
10. Racine, o il mito scatenato
11. Fedra, o il mito «punito»
12. Eclissi del mito
13. Don Giovanni e Sade
14. La nouvelle Héloïse
15. Il Romanticismo tedesco
16. Interiorizzazione del mito
17. Stendhal, o il fallimento del sublime
18. Wagner, o il compimento
19. Volgarizzazione del mito
20. L'istinto glorificato
21. La passione in tutti i campi

Libro V: Amore e guerra
1. Parallelismo delle forme
2. Linguaggio guerriero dell'amore
3. La cavalleria, legge dell'amore e della guerra
4. I tornei, o il mito in atto
5. Condottieri e cannoni
6. La guerra classica
7. La guerra in merletti
8. La guerra rivoluzionaria
9. La guerra nazionale
10. La guerra totale
11. La passione trasportata nella politica

Libro VI: Il mito contro il matrimonio
1. La crisi moderna del matrimonio
2. Idea moderna della felicità
3. «Amare è vivere!»
4. Sposare Isotta?
5. Dall'anarchia all'eugenetica
6. Senso della crisi

Libro VII: L'amore azione, o della fedeltà
1. Necessità di un partito preso
2. Critica del matrimonio
3. Il matrimonio come decisione
4. Sulla fedeltà
5. Eros salvato da Agapé
6. I paradossi dell'Occidente
7. Al di là della tragedia

Appendici:
1. Carattere sacro della leggenda
2. Cavalleria sacra
3. Canzoni di gesta e romanzi cortesi
4. Concezioni orientali dell'amore
5. Mistica e amor cortese
6. Freud e i Surrealisti
7. L'introduzione della dama nel gioco degli scacchi
8. Dante eretico?
9. «Colpo di fulmine» e conversione
10. Passione e ascesi
11. San Francesco d'Assisi e i catari
12. Le beghine: dal catarismo alla mistica cristiana attraverso la poetica cortese
13. Sul sadismo

Post scriptum:
- Non definitivo e scientifico-polemico
- Influenze ambigue
- La rinascenza catara nel XX secolo
- Replica ai miei critici
- Un trovatore mistico: Henri Suso
- Origini iraniche del Graal
- Trovatori e catari
- Tantrismo e cortesia
- Sull'invenzione dell'amore nel XII secolo
- Invocazione finale
- Malintesi sulla morale
- Passione e allergia
- Passione e droga
- Passione e matrimonio

Bibliografia

Indici 

Armanda Guiducci, nel 1938 Denis de Rougemont scrisse la parola fine

triste europaArmanda Guiducci. INTRODUZIONE - Triste Europa — tale potrebbe essere il sottotitolo di questo libro famoso, bello, e tuttora acceso di preoccupanti verità. La prima volta che de Rougemont lo scrisse (se l’era progettato dentro lungo tutta la sua giovinezza), volgevano gli anni dal 1936 al ‘38. L’Europa incominciava ad affondare nella tracotanza del sangue, a colpi di offese: la guerra di Spagna, la guerra di Abissinia, mentre il fascismo dilagava, una macchia d’inchiostro. L’annessione dell’Austria, il e corridoio di Danzica.

L’estate del ‘38 fu una ben tragica estate: e, in quella estate, Denis de Rougemont, scrisse, dalla Francia, la parola e fine » al suo «L’Amore e l’Occidente ». Era un intellettuale giovane, aveva trentadue anni, ma già una sufficiente maturità europea, fra la Svizzera dell’origine e degli studi letterari (era nato a Neuchltel nel 1906), la Svizzera allora straordinario osservatorio dell’inciviltà dilagante, la Germania di Francoforte e, infine, la Francia, perché le pulsazioni febbrili del cuore ammalato dell’Europa non sfuggissero alla presa intuitiva di questo libro intensamente vissuto. Lampi oscuri di certezze disfatte attraversano, come una premonizione, le pagine della prima stesura. È l’epoca in cui tutti i «valori» dell’Europa si offuscano, l’orìzzonte di riferimento, morale e sentimentale, incomincia a barcollare dietro una crescente caligine.

L’epoca che conosce la gestazione di libri come 
« Il tramonto dell’Occidente » di Spengler, 
« La crisi della civiltà » di Huizinga e 
« La crisi dei valori» di Scheler.

L’angoscia che si diffonde — il senso di una prossima e probabile fine — si- tinge culturalmente, nel Nord e nel Centro Europa, dei primi sussulti dell’esistenzialismo di Kierkegaard. 

Denis de Rougemont, Avvertimento - Ho vissuto questo libro lungo tutta la mia adolescenza e la mia giovinezza

AVVERTIMENTO 

Ho chiamato « libri » le diverse parti di quest’opera, perché ognuna abbozza il contenuto d’un volume di dimensioni ordinarie. 
La gran quantità dei fatti e dei testi citati
il continuo intrecciarsi dei leitmotiv, rischierebbero di sviare qualche lettore se non dessi qui la chiave della sua composizione. 

Il primo libro espone il contenuto occulto della leggenda o mito di Tristano: è una discesa ai cerchi progressivi della passione. L’ultimo libro indica un’attitudine umana diametralmente opposta, riuscendo in tal modo a completare la descrizione della passione: giacché non si può dir di conoscere a fondo se non le cose che si sono su perate o quelle almeno di cui si è potuto toccare, fosse pur senza oltre passarli, i limiti. 
Dei libri intermedi dirò che il secondo cerca di risalire alle origini religiose del mito, mentre quelli che lo seguono descrivono i suoi effetti nei più diversi settori: mistica, letteratura, arte della guerra, morale del matrimonio. 
Giustificare un volume cosi denso col pretesto che è sempre gradevole parlar di cose d’amore, difficilmente potrebbe convincere. E, d’altra parte, non penso sarebbe vantaggioso per me: ché anzi ci farebbe arrossire l’idea di doverlo dividere con tanti autori di successo. Ho preferito quindi cimentarmi con non lievi difficoltà. Non ho voluto eludere né sottovalutare quello che Stendhal denominava l’amore-passione, ma ho tentato di descriverlo come un fenomeno storico, d’origine propriamente religiosa. E provato che uomini e donne, non solo son sempre disposti a sentir parlare d’amore; anzi, non ne sono mai sazi, anche quando il discorso diventi bisnale; ma non appena si faccia intervenire un certo rigore li assale una gran paura che ci si accinge a definire la passione. I più, opina Laclos, « rinuncerehbero anche ai propri piaceri, se questi dovessero costar loro la fatica d’una riflessione ». Perciò questo libro si dimostrerà necessario nella misura in cui, da principio, farà nascere nel lettore dell’ostilità, e sarà utile solo se varrà a convincere coloro che si saranno resi consapevoli, leggendolo, delle ragioni per cui inizialmente lo trovarono spiacevole. Un tal metodo mi tirerà addosso chissà quanti rimproveri. Gl’innamorati mi tacceranno di cinico, mentre quelli che non hanno mai conosciuto la vera passione si stupiranno di vedermici consacrare tutto un libro. Gli uni diranno che a definire l’amore lo si perde; gli altri che si perde il proprio tempo. A chi piacerò? Soltanto a chi voglia sapere? addirittura a chi voglia guarire?

Ho preso le mosse da un tipo di passione quali la vivono gli occidentali, da una forma estrema, in apparenza eccezionale: il mito di Tristano e Isotta. Ci è necessario questo punto di riferimento favoloso, questo esempio insigne e « banale » — come si dice che è banale un forno, quindi unico — se nella nostra vita vogliamo comprendere il senso a il fine della passione. 
Resta quindi sottinteso che ho semplificato. Perché perdere tempo e stile a spiegare e rispiegare che la realtà è pid complessa di tutto quello che si possa dirue? Il fatto che la vita sia confusa non implica necessariamente che un’opera scritta debba imitarla. Se talvolta ho dogmatizzato, ne chiederò venia soltanto a quelli fra i lettori cui sembra che le mia stilizzazioni tradiscano il senso profondo del mito.

Trascinato dalle mie analisi entro zone riservate ordinariamente agli e specialisti », ho approfittato, per quanto mi è stato possibile, dei lavori reputati classici, e di qualche altro; e se non ne ho citato che un numero assai ristretto, non fu sempre per ignoranza, ma per la preoccu pazione di tenermi all’essenziale. Gli specialisti mi perdoneranno di aver tentato uno sforzo di sintesi che tutta la loro formazione tecnica non può non condannare? In mancanza d’una scienza universale per dominare la quale sarebbero necessarie molte vite mi sono limitato a procurarmi qua e là opportune conferme ad alcune idee affatto intuitive. Ne ho trovate, del resto, più del bisogno, e non ho dato alla luce che il riassunto delle mie ricerche. Questo compromesso mi espone a un duplice rischio: avrei forse convinto qualche lettrice se non avessi fornito prove; e mi sarei acquistato la stima degli specialisti, se non avessi tratto dai loro lavori conclusioni... In questa spiacevole situazione non mi resta che una speranza: quella d’istruire le lettrici divertendo insieme i sapienti.

Ho vissuto questo libro lungo tutta la mia adolescenza e la mia giovinezza; l’ho concepito sotto forma di opera scritta, nutrendolo di qualche lettura, da due anni; infine l’ho redatto in quattro mesi. Tutto ciò mi ricorda la frase di Vernet a proposito d’un quadro che vendeva molto caro: «Mi ha richiesto un’ora di lavoro, e tutta la vita ».

D. dn R.

21 giugno 1938. 

Altri libri: mistica, letteratura, arte della guerra, morale del matrimonio

 

Dei libri intermedi dirò che il secondo cerca di risalire alle origini religiose del mito, mentre quelli che lo seguono descrivono i suoi effetti nei più diversi settori: mistica, letteratura, arte della guerra, morale del matrimonio. 

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Il primo libro espone il contenuto occulto della leggenda o mito di Tristano

Il primo libro espone il contenuto occulto della leggenda o mito di Tristano: è una discesa ai cerchi progressivi della passione.
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L’ultimo libro

L’ultimo libro indica un’attitudine umana diametralmente opposta, riuscendo in tal modo a completare la descrizione della passione: giacché non si può dir di conoscere a fondo se non le cose che si sono superate o quelle almeno di cui si è potuto toccare, fosse pur senza oltre passarli, i limiti. 

aaa

il secondo cerca di risalire alle origini religiose del mito

Dei libri intermedi dirò che il secondo cerca di risalire alle origini religiose del mito, mentre quelli che lo seguono descrivono i suoi effetti nei più diversi settori: mistica, letteratura, arte della guerra, morale del matrimonio. 

il «commento» al mito, alla scoperta lirica

Federico Nietzsche nacque il 15 ottobre 1844 a Röcken, povero villaggio tra la Prussia e la Sassonia. Il luogo, severamente melanconico, che tanto fascino doveva esercitare sullo spirito del fanciullino, era piaciuto al padre Carlo Ludovico, pastore luterano e musicista entusiasta. L'organo della chiesuola diffondeva intorno, la sera, gli spasimi arguti dell'incompreso sognatore. E la gente umile, rapita, taceva. Il tardo Federico, prediletto dal padre, allietato, frattanto, d'un robusto marmocchio e d'una rarissima e spiritualissima figliola, Elisabetta, era compagno grave e taciturno nelle passeggiate solitarie tutte ebre di luccicori di stagni e di accordi nostalgici di campane. Il muto poeta riceveva nella sua gracile sensibilità l'impronta ferrea della mano del destino. Un giorno la sventura piombò sulla tenera esistenza. Il padre, nell'agosto del 1848, in seguito a una violenta percossa al capo, impazziva. Dopo un anno era morto. L'Halévy, nella sua bellissima «Vita di Federico Nietzsche», di cui mi valgo per questi sparuti cenni biografici..

§ 1. Primi anni

RITTO
 Cosí soltanto si può, come scrive Nietzsche potentemente, immergersi nel torrente di ghiaccio dell’esistenza. Non vi si tuffa l'alessandrino, il proto, il bibliotecario, senza fede, senza orgoglio, senza forza. Al pallore romantico dell'opera, il prodotto della coltura alessandrina del nostro tempo, velenosa evaporazione di perfide incertezze, dove necessità non appare, Nietzsche contrappone il germanico risveglio dionisiaco,  la rinascita  wagneriana della tragedia. Dioniso è l'infallibile giustiziere colà. 


 

 

VERSO

Il Castiglioni, nel suo libro su Nietzsche scrive che «c'è l'eroe, e manca l'uomo»; e che «già nello Zarathustra s'inizia il commento» al mito, alla scoperta lirica; per il il IV dello Zarathustra è di lettura faticosissima.
Vedremo nel giudizio sul Nietzsche quanta umanità, quanta religiosa nobiltà di sofferenze, cioè, palpiti in questo bizzarro capolavoro di Nietzsche, il volontario della crudeltà, non lontano, talvolta, dal perverso furor di fede di chi ha scritto Le Mystère de Jesus, Pascal 

 


 http://italpag.altervista.org/4_filosofia/filosofia36.htm   

vuole tutto e soprattutto l'impossibile

la follia

 ...il fatto che il desiderio sia o non sia soddisfatto, non cambia niente. La passione, una volta dichiarata, pretende molto più che la soddisfazione, vuole tutto e soprattutto l'impossibile: l'infinito in un essere finito.

STORIA DI UNA STORIA NON SCRITTA (1974)


Come disse il Vescovo di Hieria, in Hieria, in occasione del Concilio del 752 dC., indetto da Costantino V Copronimo (il Sudicio), che disse,’ «Non ci sarà sasso, pietra, albero e ombra di albero che non saranno infatti. L’ultimo miracolo è riservato a Dio
».



CAPITOLO PRIMO
Nel primo capitolo del mio romanzo non scritto, spiegavo le ragioni del non-scrivere e il senso della non-scrittura. Come si poteva, infatti, proporre un racconto sulla distruzione del racconto (come si vedrà, sulla libertà del racconto), sulla distruzione dello scolpire, del dipingere (sulla libertà di scolpire e dipingere) rifacendo un libro, una scultura e un dipinto? Mi sembrava di aver capito che per cominciare si doveva cominciare a non-scrivere, a non-dipingere, a non-scolpire e basta. Rifiutare le lingue nuove e le forme nuove. Disprezzare la creatività.
Un momento della non-creatività era certamente nella non-scrittura.
Io, dunque, allora, all’epoca del Gruppo ‘63, fra tanti che scrivevano, tentavano, giravano parlando del romanzo, di «il mio romanzo», ero nella non-parola, cioè: non è che parlassi del non-padare, del non-scrivere etc., etc. Io non-parlavo del non-parlare. E questo non è silenzio, si noti bene. E parlare di altre cose. Non è tacere. Tutt’altro! Così anche io, alla fine, parlavo del mio romanzo. E il mio romanzo era un vuoto: tutto ciò che si può dire attorno a un testo di non-scrittura, ovviamente non-scritto.
P. es. non si parla mai del personaggio principale, ma di altri che non hanno niente a che fare con lui, che sono però in rapporto di non-rapporto. Come un bicchiere con l’acqua che c’è dentro e che non c’è, che ci sarà, oche non ci sarà mai. Tutto si svolge, per così dire, attorno a una certa distanza da qualcosa che potrebbe anche accadere o non-accadere (un non-qualcosa).— Etc. etc. — Come si vede un romanzo che mi ha trascinato in mille altri romanzi (la storia della sarta, la storia dell’operaio dotato di ubiquità etc.) che non avevano collegamento fra di loro.
Così io ho sprecato il mio tempo migliore parlando a vanvera e a casaccio di storie, che stavano di qua o di là, di sopra o di sotto, della storia che mi stava a cuore. Ecco qui la sroria del mio fallimento come scrittore e la storia del mio successo come conversatore. Solo che, parla e parla, attorno a questo mio non-scrivere, l’operazione non- scrittura, una volta, due, o tre (cosa che un vero scrittore non farà mai!) ho rivelato a qualcuno la storia non-scritta, che avrebbe dovuto rivelarsi da sola, in seguito, con gli anni, molti anni dopo. E così mela sono vista ricordare in un modo, tanto goffo, tanto tozzo, brutale e banale (da ultimo — con orrore — in una mostra d’arte concettuale, commercializzata e rifatta quadro!) che ora debbo passare alla stesura, scrivere una volta per tutte, la mia storia non-scritta. Distruggerla io, per sempre, e non pensarci più.


CAPITOLO SECONDO
Si trattava di un ragazzo alla ricerca di un maestro. il ragazzo sa che un maestro, un artista in genere, ha bisogno di chi si occupi di problemi concreti, che si dia da fare, che in un certo senso lo tuteli nei rapporti con il quotidiano. Il ragazzo vive nella città, Siamo nell’immediato dopoguerra e si ha la sensazione, enorme, di una conquista che si sta perdendo. Il 25 Aprile abbiamo conquistato la città, il 26 Aprile abbiamo cominciato a perderla.



CAPITOLO TERZO
Il ragazzo incontra il maestro, Il maestro è uno strano tipo d’artista, risentito e meschino. Accetta il rapporto col ragazzo, ma il rapporto non ha significato. Infatti: per ciò che riguarda l’arte, il maestro non ne parla mai, Mai. Non solo, Non fa assolutamente nulla e il ragazzo, per forza di cose, non riesce ad imparare. Nei rapporti quotidiani, poi, il maestro è sempre immerso in loschi affari, con piccoli mediatori, portaborsari neri, malavita e taccheggiatori. ll ragazzo si trova così con la..

[Corrado Costa, Casa Editrice Le Lettere, Firenze 2007]

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il ritorno

 

Tristi Tropici - il ritorno


40. Visita aKyong 

 

Conosco fin troppo benimotivo del disagio provato in vicinanza dell'Islamri­trovo in essl'universo da cui provengol'Islam è l'Occidentdell'Oriente. Più precisamente ancoraho dovuto incontrarmi col'Islam per misuraril pericolchminaccia oggi ipensiero franceseNon riesco a perdonargli di presentarmi la nostra immaginedi obbligarmi a constatarcomla Francia è in via di di­ventare musulmanaPresso i musulmani compressdi noiosservo lstesso at­teggiamento scolasticolo stesso spirito utopistico quella convinzione ostinata che basttracciare un problema sulla carta peesserne tosto sbarazzati. Sottl'e­gida di un razionalismo giuridico e formalistaci costruiamo un'immagine del mondo della società in cui tuttle difficoltà sono sottoposta unlogica arti­ficiosa e non ci rendiamo conto chl'universo non è più formato degli oggetti di cui parliamoComl'Islam è rimasto cristallizzato nella contemplaziondi una società chera reale settsecoli fai cui problemi aveva allora risolto con solzioni efficaci, noi non riusciamo più a pensarfuori degli schemi di un'epoca già chiusa da un secolmezzochfu quella in cui sapemmo accordarci alla storiatroppo brevemente, peraltroperché Napoleone, questo Maomettdell'Occi­dente, hfallito là dove l'altro ha vintoParallelamental mondislamicola Francidella Rivoluzionha subìto idestino riservato ai rivoluzionari pentitiquello cioè ddiventarconservatori nostalgici dello stato di cose in rapporto al quale essi presero posizionun tempo in direziondeprogresso.

il ritorno

il ritorno

 

Tristi Tropici - il ritorno


40. Visita aKyong 

 

Conosco fin troppo benimotivo del disagio provato in vicinanza dell'Islamri­trovo in essl'universo da cui provengol'Islam è l'Occidentdell'Oriente. Più precisamente ancoraho dovuto incontrarmi col'Islam per misuraril pericolchminaccia oggi ipensiero franceseNon riesco a perdonargli di presentarmi la nostra immaginedi obbligarmi a constatarcomla Francia è in via di di­ventare musulmanaPresso i musulmani compressdi noiosservo lstesso at­teggiamento scolasticolo stesso spirito utopistico quella convinzione ostinata che basttracciare un problema sulla carta peesserne tosto sbarazzati. Sottl'e­gida di un razionalismo giuridico e formalistaci costruiamo un'immagine del mondo della società in cui tuttle difficoltà sono sottoposta unlogica arti­ficiosa e non ci rendiamo conto chl'universo non è più formato degli oggetti di cui parliamoComl'Islam è rimasto cristallizzato nella contemplaziondi una società chera reale settsecoli fai cui problemi aveva allora risolto con solzioni efficaci, noi non riusciamo più a pensarfuori degli schemi di un'epoca già chiusa da un secolmezzochfu quella in cui sapemmo accordarci alla storiatroppo brevemente, peraltroperché Napoleone, questo Maomettdell'Occi­dente, hfallito là dove l'altro ha vintoParallelamental mondislamicola Francidella Rivoluzionha subìto idestino riservato ai rivoluzionari pentitiquello cioè ddiventarconservatori nostalgici dello stato di cose in rapporto al quale essi presero posizionun tempo in direziondeprogresso.

 

 

Nei confronti dei popoli dellculture ancora sottoposte al nostro controllosiamprigionieri della stessa contraddiziondi cui soffre l'Islam riguardo asuoi protetti e al resto del mondoNoi non possiamo ammettere chdei princìpife­condi per lnostra espansione, non siano ormaapprezzati dagli altri quindi ri­gettati dloro, tanto dovrebbe essegrande, a nostro avvisollorriconoscenza verso di nochli abbiamimmaginati per primi. Così l'Islachenevicino Oriente, fu l'inventordelltolleranza, non perdoni non-musulmani dnon

 abiurare allloro fedepoiché essa ha su tuttle altrla superiorità schiacciantdi rispettarle. Iparadossonel nostro casoconsistnefatto chi nostri inter­locutori sonmusulmani e chlspirito che ci anima, gli uni e gli altrioffrtroppi tratti in comune per non mettercin opposizione. Supiano internazio­nales'intende; perché queste controversie sono propridi due borghesiche si affrontano. L'oppressione politica lo sfruttamento economico non hanno idi­ritto di andarcercarsi scuspresso le loro vittime. Setuttavia, una Francidi quarantacinqumilioni di abitanti si aprisse largamentsulla base dell'ugua­glianza dei dirittiper ammetterventicinque milioni di cittadini musulmanianche se analfabeti in granumeroessa non adotterebbe un procedimento più audace di quello a cul'America devdi noessere rimasta una piccola provincia demondo anglosassoneQuando i cittadini della Nuova Inghilterra deciseroun secolo fadautorizzare l'emigrazione dalle regioni più arretrate di Europae degli strati sociali inferiorie di lasciarsi sommergere da quell'ondatacorserun pericolovivendolo, la cui posta era assapiù grave di quella chnoi rifiutiamo oggi di rischiare.

 

Potremmai farlo? Può accadere che due forze aggressive, sommandosi in­siemeinvertano lloro direzione? Csalveremoo piuttosto non determineremo noi stessla nostra perdita se, rafforzando inostro errore con quello analogoci rassegneremo a ridurre ipatrimonio demondo antico a quei dieci o quindici secoli di impoverimento spiritualdi cui la sua metà occidentale è stata il teatro e l'agente? Qui a Taxilain questi monasteri buddhisti che l'influenza greca ha fatto pullulardi statuesono in presenza di quella fugacpossibilità chino­stro Vecchio mondo ebbe di restaruno; la scissione non è ancora compiutaUn altro destino è possibile, quelloprecisamente, chl'Islam interdice, drizzando una barriera fra un Occidente e un Oriente che, senza desso, non avrebbero forse mai perduto il loro attaccamento asuolo comune nequale affondano le loro radici.

Senza dubbio a questo fondo orientale l'Islam ibuddhismo si sono opposti ciascuno a suo modocontrapponendosi l'uno all'altroMaper comprenderil loro rapportonon bisogna paragonarl'Islam e ibuddhismo mettendoli di frontsotto la forma storicda essi assuntnemomento in cui sono entrati in contattopoiché l'unaveva allora cinque secoli di esistenzl'altro quasi ventiMalgrado questo scartobisogna riportarli tutti duallloro prima fioritura, la cui fre­schezzaper quanto riguarda ibuddhismosi respirdavanti ai suoi primi mnumenti comnellpiù umili manifestazioni di oggi.

Il miricordo si rifiuta di dissociari templi paesani dellfrontiera birmandalle steldi Bharhut che datano dal secondo secolo avanti la nostra era e di cui bisogna cercare a Calcutta e a Delhi i frammenti dispersiLsteleeseguite in un'epoca e in unregionin cui l'influenzgreca nosera ancormanifestata,mi hanno dato un primo motivo di sorpresa; all'osservatore europeo esse ap­paiono adi fuori dei luoghi e delle età, come se i loro scultoripossessori di unmacchina per sopprimere itempo, avessero concentrato nella loro opera tremilanni di storia dell' arte e - posti a uguale distanza dall'Egitto e daRinascimento­fossero riusciti a fissare in un attimo una evoluzione cominciata in un'epoca chessi hanno potuto conoscere e che si compie alla fine di un'altra non ancora co­minciataSe esiste un'arte eterna, è proprio questa: che risalga a cinque millenno a ierinon sappiamoAppartiene alle piramidi e alle nostre case; le forme umane scolpite in questa pietra rosa a grana fina potrebbero staccarsene e mescolarsi allnostra vita. Nessuna arte statuaria procura un più profondo senso dpace e di familiarità come questacon le sue donne castamente impudiche e la sua sen­sualità materna che si compiace dell' opposizione delle madri-amanti e dellclau­sura delle figlie, opposte tutte e due alla clausura delle amanti dell'India non buddhista: femminilità placida e come liberata daconflitto dei sessi, evocatanche, per loro parte, dai bonzi dei templi, confondibili, a causa della loro testa rasata, con le monache, in una sorta di terzo sessoper metà parassita e pemetà prigioniero.

Se ibuddhismo cerca, come l'Islam, ddominare gli eccessi dei culti primi­tiviquesto avviene grazie alla pacificazione unificatrice che porta in sé la prmessa deritorno aseno materno; sotto questo profilo, esso reintegra l'erotismo dopo averlliberato dalla frenesia e dall'angoscia. Acontrario l'Islam ssviluppa secondun orientamento mascolino. Tenendo sotto chiave ldonne, esso prcludl'accesso asenmaterno: del mondo della donna l'uomo ha fatto umondo chiuso. Con questo mezzo senza dubbio spera anche draggiungere la tranquil­lità; mla paga con delle esclusioni: quella delle donne dalla vita sociale e quella degli infedeli dalla comunità spirituale: mentre il buddhismo concepisce piut­tosto questa tranquillità come una fusione: con la donna; con l'umanità, e in una rappresentazione asessuata della divinità.

Non si potrebbe immaginare un contrasto più deciso dquello esistente frisaggio e il Profeta, né l'uno né l'altro sono dèi, ecco iloro unico punto in comuneSotto tuttgli altri aspetti sono opposti; l'uno castol'altro potentcon le sue quattro moglil'uno androginol'altro barbuto; l'uno pacifico, l'altrbellicoso; l'uno esemplare, l'altro messianico. Ma infatti, milleduecento anni li separano; e imale della coscienza occidentale è che icristianesimo che, nato più tardi, avrebbe potuto determinare lloro sintesi, sia apparso «avanti lettera» - troppo presto - non come una conciliazione a posteriori di duestremima come un passaggio dall'uno all'altro: termine medio di una seridestinata dalla sua logica internadalla geografia e dalla storiaa svilupparsi d'ora in poi nel senso dell'Islam; poiché quest'ultimo - i musulmani hannvinto squesto punto - rappresenta la forma più evoluta depensiero reli-

gioso senza peraltro essere lmigliore; direanzi, essendo per questa ragione la più inquietante delltre.

Gluomini hanno fatto tre grandi ll:entativreligiosper liberarsdalla perse­cuzione dei morti, damaleficio dell'aldilà e dalle angosce dellmagia. A distanza approssimativamente di mezzo millennio, essi hanno concepito successivamentil buddhismo, icristianesimo e l'Islam; eè sorprendente che ogni tappa, lungdasegnare uprogresso sullprecedente, testimoni piuttosto un regresso. Non c'è aldilà per il buddhismo: tutto iesso si riduce a una critica radicale, quall'u­manità nosarebbe statin seguito più capace di fare, il cui termine è il saggio sfociare in un rifiuto desenso delle cose e degli esseridisciplina che abolisce l'universo e se stessa come religione. Cedenddi nuovo allpaura, il cristiane­simristabilisce l'altrmondole sue speranze, le suminacce e il suo giudizio finale. Non resta più all'Islachincatenarlo: il mondtemporale e il mondo spirituale si trovano accomunatiL'ordine sociale si adorndei prestigi dell' or­dine soprannaturale, lpolitica diventa teologia. In fidei conti, ssono sosti­tuitdegli spiriti dei fantasmi a cui neanchla superstizionpoteva dare vita, con dei padroni già troppreali, ai quali in più si permettdi monopolizzarun aldilà che aggiunge il supesquello già schiacciantdella vita squestterra.

Questo esempio giustifica l'ambiziondell'etnografo, quella cioè di risalire sempre alle originiL'uomo non crea cose veramente grandi che al principio; iqualunque campo, solil primo frutto è integralmente valido. Quelli che seguono sono esitanti balbettanti, e saffannano pezzo pepezzo a recuperare il terrtorio superato. Firenze, chho visitato dopNew Yorkdapprimnon mi ha sor­preso: nella sua architettura e nelle sue arti plastiche riconoscevo Wall Street deXV secolo. Paragonandi primitivai maestri del Rinascimento e i pittori di Siena a quelli di Firenze, avevo il senso delldecadenza: che avevano fatto questi ul­timi se noesattamente quello che non ssarebbdovutfare? E tuttavia essi re­stano ammirevoliLa grandezza propria degli inizè così certa che anche gli er­rori, a condizione dessere nuovi, cabbagliano ancora con lloro bellezza.

Oggio contempll'India attraverso l'Islam; quella di Buddha, primdi Mao­metto, iquale per me europeo, e perché europeo, si erge frlnostra riflessione e le dottrine che gli sono più vicine comt]villano che impedisce ugirotondo in cui le mani, predestinate aallacciarsidell'Oriente e dell'Occidente siano state da ludisuniteQuale errore stavo per commettere sulla traccia di quei musul­mani che si proclamano cristiani e occidentali e pongono nel loro Oriente la fron­tiera fra i due mondi! due mondi sono più vicinche ciascuno dessi non lo sia alloro anacronismo. L'evoluzione razionale è inversa a quella della storia: l'Islam ha tagliato in due un mondo più civileQuello che gli sembra attuale proviene da un'epo'ca già compiutaesso quindi vive in uno spostamento millenario. Ha saputo compiere un'opera rivoluzionaria; ma poiché questa si applicava a una frazione arretrata dell'umanitàseminando ireale ha sterilizzato il virtualehdeterminato un progresso che è l'inverso di un programma.

Che l'Occidentrisalgallfonti desuo laceramento: interponendosi fra il buddhismo il cristianesimol'Islam ci ha islamizzatiquando l'Occidente si è lasciato trascinare dalle crociate a opporglisi e quindi ad assomigliargli, piuttostchprestarsi se non fossmai esistito a quella lenta osmosi col buddhismche ci avrebbe cristianizzati di più in un senso tanto più cristiano in quanto sa­remmo risaliti adi là dello stesso cristianesimoFu allora che l'Occidente ha per­duto la sua opportunità di restarfemmina.

Sotto questa luce, comprendo meglio l'equivoco dellarte mogolL'emozionche essa ispira non ha nulla di architettonico: essa deriva dalla poesia e dalla mu­sica. Ma non è forse per le ragioni suddette che l'arte musulmana doveva restarfantasmagorica? «Un sogno di marmo» si dice del Taj Mahalquesta formula dBaedeker ricopre una verità molto profondaI mogohanno sognato la loro arteessi hanno creato letteralmente palazzi dai loro sogninon hanno costruito mtrascrittoCosì che questi monumenti possono turbare simultaneamente peil loro lirismo e per un certo aspetto vacuo di castelli di carte e di conchigliePiut­tosto che palazzsolidamente fissati alla terra, sono dei bozzetti che cercano in­vano di esistere con la rarità e ldurezza dei materiali.

Nei templi dell'India l'idolo «è» ldivinità; là essa risiedela sua presenza reale rendil tempio prezioso e terribilee giustifica lprecauzioni devoteper esempiil tenere lporte spranga te, salvo chnegiorni di udienza del dio.

questa concezione, l'Islam e il buddhismo reagiscono in maniera diversali primo escludgli idoli e li distrugge, le sue moschee sono nude, solla con­gregazione dei credenti le anima. Il secondo sostituisce le immagini agli idoli non ha difficoltà a moltiplicare queste immaginpoiché nessuna è effettivamente il dio ma sollo evocae quindi inumero stesso favorisce l'opera dell'immagi­nazione. Accanto asantuario indù che ospita un idolola moschea è desertasalvo di uominiil tempio buddhista contiene una folla di effigi. I centri greco­buddhisti dove si circola a fatica in una fungaia di statue, dcappelle e di pagodannunciano l'umilkyondella frontiera birmana, dove sono allineatdelle fi­gurine tutte uguali e fabbricate in serie.

Mi trovavo in un villaggio mogdeterritorio di Chittagonnemesdi set­tembre 1950dpiù giorni guardavo le donne portare ogni mattina icibo dei bonzi al tempionellore di siesta, sentivo i colpi di gong scandire le preghiere le voci infantili canterellarl'alfabeto birmanoIl kyong era situato ai margini devillaggioin cima a unpiccolcollinetta selvosa, simile a quello chi pittori tibetani amano rappresentarnei loro sfondiAi suoi piedi si trovava iljedicioè la pagoda; in quel povero villaggio essa si riduceva a una costruzione di terra piano circolare, che selevava in settripiani concentrici disposti a gradiniin un recinto quadratdi graticcidbambù. Noi ci eravamo scalzati per arrampicarci sulla collinettla cui argillsottile stemperata erdolce anostrpiednudiDunparte e dall'altrdeviottolo sveçevanlpiantdi ananas sradicatla sera prima daglabitanti devillaggio, scandalizzati chi loro preti spermettessero dcoltivare fruttidato chla popolazione laica provvedeva ai loro bisogni. La sommità offriva l'aspetto di unpiazzetta circondatdtre lati da tettoidi pglia, sotto cui stavano riposti degrandi oggetti di bambù ricoperti di cartmul­ticolore, specidcervvolantidestinati a ornare lprocessioniSul quartlato selevava il tempio, costruito su palafitte comle capanndevillaggidcui differivanappena per le sue più granddimensioni il corpo quadratcon il tettdi paglichdominava la costruzionprincipale. Dopl'arrampicata nefango, le abluzioni prescritte sembravandel tutto naturali e sprovvistdi ogni significatreligioso. EntrammoLsolluce erquella chcadeva dallaltdella lanternformatdalla gabbia centrale, proprio al di soprdell'altare, dcui pen­devano gli stendardi di stracci di stuoia, e quella chfiltrava attraverso lpa­glia dellpareti. Una cinquantindi statuettdi latta saffollava sull'altare ac­canto al quale era appeso un gong; sulle paretiqualche cromolitografia sacra e una scena nella qualera riprodotta l'uccisiondun cervo. li pavimentdi grosse canndi bambù spaccate intrecciate, lucidper lo strofinidei piedi nudiera, sotti nostri passi, più soffice di un tappeto. Regnava untranquilla atmosferdi granaio e l'aria era profumata di fienoQuellsala semplice e spaziosa che sem­bravun pagliaio vuoto, la cortesidei dubonzi in piedpresso i loro pagliricci posati su delllettierela commovente attenzione che aveva presieduto alla raccolta o allconfezione degli oggetti dculto, tuttcontribuiva aavvicinarmi più di quantnon lfossi mastato, all'idea che potevo farmi di un santuario. «Voi noavetbisogno di farcomme» mdisse il mio compagnprosternan­dosi quattro voltdinanzall'altare, e io accettai il suo consiglioMa ermenpeamor proprichper discrezione: egli sapeva che non appartenevo alla sua confessione e io avrei temutdi abusare dei gesti rituali facendogli credere chli consideravo soldelle convenzioni: una volttantonoavreavutnessundifficoltà a osservarliFra me e queculto nessumalinteso si era stabilito. Nosi trattava più di inchinarsi davanti a degli idoli di adorare upreteso ordine soprannaturale, ma soldi rendere omaggio alla riflessione decisiva che upen­satore, o la società che creò la sua leggendarealizzò venticinque secoli fae alla qualla mia civiltà nopoteva contribuire che confermandola. Che cos'altro ho appreso infatti dai maestrche ho ascoltato, dai filosofi che hlettodallsocietà che ho visitato e da quella scienza stessa da cui l'Occidente trae il suo orgogliose non frammenti di lezioni che, messi uno accanto all'altro, ricostruiscono le me­ditazioni desaggio apiedi dell'albero? Qualsiasi sforzo per comprendere di­strugge l'oggetto aquale eravamo dedicatia profitto di un oggetto la cunatura è diversaesso richieddpartnostrun nuovo sforzchlo annulla a profittdi un terzoe così di seguitfino a chnoaccediamo all'unica presenza dure­voleche è quellin cui svaniscldistinzione fril sensl'assenza di senso: lstessa da cueravamo partitiDben duemilacinquecento anni gli uomini hannscoperto e formulatquesta verità. Da allora noabbiamo trovato niente se non - tentando una dopo l'altrtuttlvid'uscita - altrettantdimostrazioni dellconclusione allquale avremmo voluto sfuggire.

Naturalmente, vedo anchpericoli di una rassegnaziontroppo affrettata.

Questa grandreligiondel non-sapere nosi fonda certo sullnostra incapa­cità di comprendereEssa anzi prova lnostra capacità e celevfino al puntin cui scopriamla verità sotto forma dun'esclusionreciprocdell'essere del conoscereCon un'audacia supplementare, essa h- unica oltre il marxism­riportato il problemmetafisico a quelldella condottumanaIl suo scisma si è prodotto sul piano sociologicoessendldifferenza fondamentale fril Grande il Piccolo veicoloquelldi saperse la salvezza di uno solo dipendo no dalla salvezza dell'umanità intera.

Tuttaviale soluzioni storichdellmoralbuddhistportano una tremenda alternativacolui chha risposto affermativamente alla precedentdomanda si chiude in un monastero; l'altro ssoddisfa buon conto praticandunvirtù egoistica.

Ma l'ingiustizia, lmiserialsofferenza esistonoesse forniscono un termine mediatora questa scelta. Noi non siamo soli, e non dipende da noi restarsordi e ciechi di fronte ai nostri similio di considerarl'umanità esclusivamentirapporto a noi stessiIl buddhismo può rimanercoerente pur accettando di ri­sponderai richiami dal di fuoriFors'anche, in una vasta regione del mondo, esso ha trovato lmaglichmancava alla catena. Poichésl'ultimo momentdella dialetticchporta all'illuminazione è importantelo sono anchtutti glaltri chlprecedono e gli somiglianoIl ripudio assoluto del senso è l'ultima di una seridi tappciascundellquali conducda un senso minoruno più grandeL'ultimpassochhbisogndegli altri per compiersili convalida tuttiA suo modo e sul supiano, ognuno corrisponde a una veritàFra la critica marxista chliberl'uomdallsue primcaten- insegnandogli chil senso apparentdella sua condizione spariscquandaccetta di allargare l'oggetto che considera - e la critica buddhistchcompletlliberazione, noc'è né oppo­sizionné contraddizione. Fanntuttdula stessa cosa a un livello diverso. Il passaggio fra due estremi è garantitda ogni progressdella conoscenza, chun movimento di pensierindissolubildall'Oriente all'Occidente che si è spo­stato dall'uno versl'altro forse soltanto per confermare la sua origine - ha per­messo all'umanità di compiernellspazio di dumillenniComle credenzle superstizioni si dissolvonquando saffrontano i rapporti idealfra gli uominilmoralcedallstoriale formfluidcedono iposto alle strutture e la crea­zional nulla. Basta invertire lmarcia per scoprirlsua simmetriale supartsono sovrapponibililtappe superatnodistruggono ivalordi quelle chlhanno preparate: esse le collaudano

Spostandosi nesuo quadrol'uomtrasportcosé tuttlposizioni mamano occupate, tuttquelle che occuperàEgli è simultaneamentdappertuttoè una folla che avanzaricapitolandin ognistantun insiemdi tappe. Perché noi viviamin diversi mondiognuno più vero di quelldesso contenutoesso stesso falso irapporto a quellchlo contiene. Gli uni sriconoscondafatti, gli altri svivono pensandolimla contraddizione apparente insitnellloro coesistenza si risolve nella necessità dnosubitdi accordarun senso ai più vi­cindrifiutarlo ai più lontanimentre la verità è in undilatazionprogressiva desenso, min ordininverso e spintfino all'esplosione.

Iquanto etnologoio non sondunqupiù il solo a soffrire di una con­traddizione chè comunall'umanità interchportin sé la sua ragione. La contraddizionsussiste soltanto quandisolgli estremia chserve agirsil pensiero chguida l'azionconduce alla scopertdell' assenzdi sensoMquesta scoperta noè immediatamente accessibile: bisogna che io la pensnon posso pensarlin un sol trattoChltappe siandodicicomnella Boddhiche esse siano più o mennumeroseessesistontuttinsieme eper raggiungeril ter­mine, sono continuamentchiamato a viverdellsituazioni ciascuna dellquali esige qualcosdme: io «mi devo» agluomini com«mi devo» alla conoscenza. La storia, lpolitical'universeconomico sociale, il mondo fisico lo stesso cielmi stannintorna cerchi concentrici dcui noposso evadercopen­siero senza c~ncedera ciascununparticelldi me. Comil sasso che cadnellacqutraccisullsuperficiinfiniti anelli concentriciper raggiungeril fondo devo buttarmi nell'acquaIl mondo è cominciato senzl'uomo e finirà senza di luiListituzionigli usi costumi chper tutta la vithcatalogato e cercatdi comprenderesonun'efflorescenza passeggerd'una creazionin rapportalla qualessi non hanno alcusenso, se non forsquello di permet­tere all'umanità di sostenervi il suo ruolo. Sebbenquestruolsiben lontano dall'assegnarlun posto indipendente e sebbenlsforzo dell'uomper quanto condannato - sia di opporsvanamenta una decadenza universale, apparan­ch'esscomuna macchinaforspiù perfezionatdelle altre, chlavora alla di­sgregaziondun ordine originario precipitunmateripotentemente orga­nizzatverso un'inerzia semprpiù grande e che sarà ugiorno definitiva. Da quandha cominciato a respirare e a nutrirsi fino all'invenzione dellmacchine atomiche e termonuclearipassando per la scopertdefuoco - e salvo quando sriproduce -l'uomo non hfatto altro chdissociare allegramentmiliardi di strutture per ridurle a uno staticui non sono più suscettibili dintegrazione.

 

Senza dubbiha costruitdelle città e coltivato decampima, se cspensaquestcose sono anch'esse macchindestinata produrrdell'inerzia a un ritmin una proporzioninfinitamente più elevatdellquantità di organizzazionchimplicanoQuantallcreazioni dello spirito umanoil loro senso noesiste chin rapporto all'uomo e sconfonderanno nedisordinquando egli sarà scom­parsoCosicché la civiltà, presa nesuo insieme, può essere definita comun mec­canismo prodigiosamente complesso in cui saremmtentati di vederla possi­bilità offertal nostro universo dsopravvivere, se lsua funzionnon fosse di fabbricare ciò chfisicchiamanentropia, cioè inerzia. Ogni parola scambiataogni rigstampata stabilisconuna comunicazionfra due interlocutori, ren­dendo stabilun livello che era prima caratterizzato da uno scarto d'informa­zionequindi una organizzazione più grande. Piuttosto chantropologiabiso­gnerebbe chiamare «entropologia» questa disciplindestinata a studiare nellsumanifestazioni più altquesto processo di disintegrazione.

Eppureiesisto. Non certo come individuo; perché che cosa sono iosotto questo rapportose non lpostaogni istante rimessa in gioco, delllotta fra un'altra società formatdi qualchmiliarddi cellulnervose raccoltnefor­micaio del mio cranioil mio corpo chle serve drobotNé lpsicologia né la metafisica né l'artpossono servirmi da rifugiomiti ormai passibili, anche al­l'internodi una sociologia di nuovo genere chnascerà un giorno, e chnosarà per loro più benevoldellaltra. L'io noè soltanto odioso: esso non ha posto fra un «noi» e un «nullE se finalmente scelgo questo <<ooi», benché siridotto a un'apparenza, è perché, a meno di non distruggermi - atto che sopprimerebbe le condizioni dell'opzion- non ho chuna sola sceltpossibile fra questa ap­parenza e il nulla. Ora, basta chio scelgperchécausa di questa stesssceltaio assumsenza riserve la mia condiziondi uomo: liberandomi così di un orgo­gliintellettualdi cui misuroda quelldesuo oggettotutta la vanità, accetto anchdi subordinarlsupretese alle esigenzoggettive dellliberazione di unmoltitudine a cui mezzi di untale scelta sono semprnegati.

Coml'individunoè solo negruppo ogni società non è sola fra le altre, così l'uomo noè solnell'universoQuandl'arcobaleno delle culturumansi sarà inabissato nel vuoto scavatdal nostro furore; finché noi csaremo eesi­sterà un mondo - questtenue arco che ci lega all'inaccessibilresisterà: e mo­strerà la via inversa a quella dellnostra schiavitùla cucontemplazione, non potendolpercorrere, procura all'uomo l'unico bene che sappia meritare: so­spenderil camminotrattenerl'impulso chlo costringe a chiuderuna dopo l'altra lfessurapertnel muro della necessità e a compiere la sua opernello stesso tempo che chiude la sua prigione; questo benche tuttle società aggnanoqualunque siano lloro credenzeilorregimpolitico e il loro livelldi civiltà; in cui esse pongono i loro piaceri loro ozi, il loro riposlloro li-

bertà; possibilità, vitalpelvitadi distaccarse che consiste - addio selvaggi! addio viaggidurante i brevintervalli icui lnostra specie sopportd'inter­rompere il sulavoro da alveare, nell'afferrarl'essenza di quellche essa fe continua a essere, adi qudepensiero e adi là dellsocietà; nella contempla­ziondi un mineralpiù belldi tuttlnostropereneprofumo, più sapientdei nostrlibrirespiratnecavo di ugiglionella strizzatind'occhio, caricdi pazienza, di serenità e di perdonreciproco chun'intesa volontaria permette a voltdscambiarcon un gatto.